Cassius Clay

Sei settembre 1960, l’una dopo mezzanotte. Nel ristorante numero dieci del villaggio Olimpico i banconi del self-service sono già stati sbaraccati. L’unico cuoco rimasto smonta la tavolata preparata per le medaglie d’oro del pugilato. Nessuno si è presentato. Neanche Benvenuti e Musso; o De Piccoli. Un giornalista sta seduto in disparte, il taccuino degli appunti e la penna tra le dita. La donna delle pulizie gli passa con intenzione lo spazzolone bagnato quasi davanti ai piedi. È tempo di andare.
No, non ancora. Nella porta d’ingresso s’inquadra, altissima e improbabile, l’ombra di un atleta scuro dalla tuta scura. Dentro l’ombra due luci: una bianca tipo pepsodent, all’altezza della testa, e l’altra metallica e gialla, all’altezza del petto. Come sempre, quando l’evento è davvero speciale sono le donne a capire per prime il senso ultimo delle cose: “Dio mio com’è bello! - esclama l’addetta alle pulizie abbrancandosi alla scopa. Il giornalista, pure, alza violentemente lo sguardo. Vede l’uomo e riconosce Cassius Clay, il vincitore del torneo dei mediomassimi. L’americano da un paio d’ore ha spezzato i sogni di un polacco dal nome impronunciabile. Ora è lì di fronte, e sembra vivere il suo personalissimo sogno come un sonnambulo. È anche solo. Incredibilmente solo. Non uno straccio d’accompagnatore con lui. È solo come un dio.

Seconds Out - Gennaio 2007